Purtroppo, i casi della vita mi hanno alquanto disilluso circa l’effettiva consistenza concreta degli astratti modelli etici e, personalmente, conservo ancora soltanto una semplice Speranza (che, per la fortuna della mia anima, al pari della Fede, è virtù teologale) nell’obiettiva esistenza delle Verità trasmesse dalla Religione, pur tuttavia, sarei davvero disonesto se non ammettessi d’aver indugiato anch’io, per un poco almeno, nel mondo diafanamente chimerico degli ideali.
Avvedutomi, sin da giovane, come le ideologie politiche, senza eccezione di sorta, all’atto pratico, altro non sostanziassero, se non una serie di grottesche mascherate, congegnate per nascondere (poco e male) interessi particolari e meschini, bisognoso com’ero di partecipare spiritualmente ad una dimensione di “civile trascendenza” (per poter così sopravvivere al disgusto, cagionatomi dalle quotidiane vicende dell’esistenza), incentrai tutta la mia interiorità emotiva su di un personaggio reale, tale, nel senso proprio e traslato del termine, ovvero su Sua Maestà il Re Umberto II di Savoia.
Anche a distanza di tanti anni, debbo sinceramente ammettere che la mia costituì un’ottima scelta; quel Sovrano, infatti, incarnava, in ogni Suo atomo, la figura che andava formalmente a personificare e così, come ogni ideale realmente incarnato, a contatto con la cruda realtà, anch’Egli andò ad infrangersi, perdendo il Trono e, poi, morendo in esilio, con dignità veramente regale.
Che il Suo modo d’essere e di presentarsi non costituisse la mera esternazione di un vacuo atteggiamento di maniera lo si può desumere anche dal Suo testamento, che i suoi eredi civili (ma non dinastici), al contrario di Lui, per nulla idealisti, ben si guardarono dal sostanzialmente onorare. A nulla avrebbero potuto più giovarGli quelle Sue disposizioni testamentarie, attraverso le quali seguitò a manifestare la generosa grandezza del proprio animo, ma quel Sovrano, successore autenticamente morale di una grande idea (o, forse, dirà qualcuno, di una grande illusione), dispose di ogni bene del Suo patrimonio, con senso di superiore generosità.
Rammento come un giornalista, dopo averlo intervistato, affermasse di aver scorto in Lui un antico cavaliere, scomodamente cinto – ma solennemente composto – in una lucente armatura. Re Umberto, infatti, viveva racchiuso nella dolorosa armatura di quei Suoi ideali che aveva deciso di incarnare per dovere dinastico; era forse consapevole della loro ormai sempre più fragile consistenza terrena, pur tuttavia, sosteneva il loro scomodo fardello morale, nel compimento di un doveroso ufficio, a Lui dolorosamente gradito.
Povero vecchio Re, Tu hai rappresentato quasi l’esatta antitesi, rispetto a quanto muove la mia più usuale visione analitica delle vicende del mondo, ma, forse, anche Tu eri pienamente conscio della sostanziale irrealtà della Tua esistenza, eppure non hai receduto, non Ti sei arreso e, proprio per questo, Ti amo e Ti stimo ancor più. La Tua morte mi ha suscitato un epitaffio molto sentito che, letto nelle chiese, al termine di alcune fra le numerose Messe celebrate per il Tuo suffragio, pare sia riuscito a consonare con più di un cuore.
Fra le molte voci che mi fu dato di cogliere, mi era giunta anche quella della costituzione di un comitato che avrebbe inteso postulare la causa della Tua beatificazione. Molteplici e di svariata natura possono essere le ragioni che conducono ad un’ufficiale proclamazione di santità, una proclamazione che, ovviamente, in nulla avvantaggia o pregiudica l'effettivo destino di un’anima; dunque, non mi trovo davvero in grado di poter valutare l’opportunità dell’iniziativa, ma con certezza credo di conoscere il significato della parola “martire”. Il martire è un testimone e Tu, certamente, hai offerto una concreta testimonianza, per tutta la Tua vita ed anche oltre, di quegli ideali, bellissimi ed inconsistenti, che, in Te avevano trovato l’esternata e dignitosa incarnazione simbolica.
Grazie, Re Umberto, l’averti potuto conoscere su questa terra è stata davvero una ventura toccante e fortunata, il cui ricordo, con un fondo d’accorata melanconia, sempre mi saprà accompagnare discreto, sino all’estremo scorrere dei miei giorni.
La realtà ed il Re. testo di Michele 57